Due giornate, due domande che ci riguardano da vicino: come nasce una democrazia e come qualcuno ha provato a spezzarla. Un percorso dal 1946 agli anni Settanta, per capire perché la Costituzione parla ancora al presente.

Immagina un Paese appena uscito da vent’anni di dittatura e da una guerra che l’ha lasciato in macerie. Il 2 giugno 1946 gli italiani — e, per la prima volta nella storia nazionale, le italiane — vengono chiamati a due scelte in un colpo solo: decidere con un referendum se l’Italia debba restare una monarchia o diventare una repubblica, ed eleggere l’Assemblea Costituente, cioè le persone incaricate di scrivere le nuove regole del gioco.

Andò a votare quasi il 90% degli aventi diritto: quasi venticinque milioni di persone. Vinse la Repubblica con il 54% dei voti (circa 12,7 milioni) contro il 46% della monarchia (circa 10,7 milioni). Non fu un plebiscito: metà del Paese aveva scelto diversamente, e proprio per questo la nuova Repubblica nacque con il compito più difficile — tenere insieme tutti.
Quel giorno segnò anche un’altra prima volta: le donne votavano a livello nazionale. Avevano appena esordito nelle elezioni amministrative della primavera del 1946, e al referendum parteciparono in massa, in numero persino maggiore degli uomini. Alla Costituente vennero elette 21 donne — le cosiddette “madri costituenti”; cinque di loro entrarono nella commissione ristretta che scrisse materialmente la Carta. Le radici di molti nostri diritti passano da lì.
Da quel voto nacque la Costituzione, entrata in vigore il 1º gennaio 1948. Non è un documento impolverato: è il patto che stabilisce chi comanda, quali sono i limiti del potere e quali diritti nessuno ci può togliere. Il suo primo articolo — “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” — in poche parole racconta una scelta di campo.
Perché tutto questo dovrebbe interessare chi oggi ha quindici, venti o trent’anni? Perché quelle regole scritte allora decidono ancora com’è fatta la tua giornata: la scuola che frequenti, il diritto di dire quello che pensi, la possibilità di scegliere chi ti governa. L’incontro di sabato parte dal 2 giugno 1946 per rispondere a una domanda semplice ed enorme: come nasce una democrazia — e come si tiene viva?

Se il sabato racconta come nasce una Repubblica, la domenica racconta come qualcuno ha provato a spezzarla. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta l’Italia attraversa la stagione più buia della sua storia repubblicana: quella passata alla storia come “strategia della tensione”.

L’espressione — coniata da un giornale inglese, il The Observer, nel dicembre 1969 — indica una serie di attentati e trame eversive pensati per diffondere paura nella popolazione. L’obiettivo: creare tanta insicurezza da far sembrare desiderabile una “svolta autoritaria”, così da fermare le trasformazioni sociali e l’avanzata delle sinistre.
Il capitolo che apre ufficialmente questa stagione è la strage di Piazza Fontana, a Milano: il 12 dicembre 1969 una bomba nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura uccide 17 persone. Seguiranno altri episodi — dal tentato golpe Borghese del 1970 alla strage di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974, otto morti nel mezzo di una manifestazione antifascista), fino alla bomba sul treno Italicus, sempre nel 1974 (dodici morti).
A rendere queste vicende ancora più gravi non furono solo le bombe, ma i depistaggi: prove inquinate, indagini deviate, verità nascoste per anni. È qui che il lavoro degli storici e dei giornalisti — come quelli ospiti del festival — diventa fondamentale: ricostruire i fatti, un documento alla volta, è già un modo di difendere la democrazia.
Perché studiare quegli anni oggi? Perché insegnano a riconoscere i segnali d’allarme: quando la paura viene usata come strumento politico, quando la verità viene manipolata, quando i diritti garantiti dalla Costituzione vengono messi in discussione. L’incontro di domenica non è una lezione sul passato: è un allenamento a leggere il presente.